Dicono di lei...

áLPHA … OMèGA

di Enzo Dall’Ara, storico e critico d’arte

"La luce è il vento dell’intelletto impresso nell’anima"
Se guardo, se sento, se ascolto, iniziano a crepitare in me il furore dell’arte, la luce inestinguibile del colore, la risposta inequivocabile del creare. E in me si accende la brama dionisiaca del “fare”. Queste affermazioni si attagliano, nella loro ineludibile sinergia, all’universo espressivo di Patrizia Dalla Valle e alla sua ragguardevole arte musiva. È l’urgenza di luce, dei suoi varchi di rinascita, che sollecita il ricco mondo ideativo e propositivo dell’artista; è la sua esigenza di vita, di affidare colore al grigio esistenziale, che sprona all’immersione totalizzante nell’agire; è il bisogno indefesso d’affermazione di una dialettica identità che spinge alle soglie dell’intima rivelazione.
Ogni essere è, infatti, intriso di luce, a volte splendente in tutti gli alveoli fisici e spirituali, a volte appannata nella nebbia caliginosa di un’esistenza provata e, quindi, abbrunata. Ed è proprio questo secondo “status” che necessita richiami d’infinito, pertugi cromatici che solo un raggio vittorioso di luce può indurre al principio dell’ascesa. Quando poi si varca la soglia del chiaroscuro, si apre l’illimitatezza di uno spazio nuovo e sconosciuto, radiante di dinamica operativa e di progressiva progettualità. È lì che le fessure del microcosmo interiore si schiudono agli orizzonti immani della libertà creativa e della completa manifestazione del “Sé”.
Pervasa della luce sonora del dialogo introspettivo e dello splendore effusivo della cultura bizantina, Patrizia Dalla Valle scorre sui solchi del sommo passato ravennate, per scrivere il divenire della storia esistenziale di ogni tempo e luogo. Dalle iniziali esperienze creative, ove la materia del colloquio espressivo si anima del pudore luminoso dell’alba progettuale, l’artista volge, poi, al mosaico il fervore di un’azione che freme dall’anima vibrante del substrato alle iridescenze dei lucori aurei e tonali di superfici ad euritmico dinamismo estetico. Sono i moti interiori dell’artista, le sue pulsioni, le sue tristezze e le sue ascese che inneggiano ad un’esistenza confessata in tessere di vita.
Ogni tassello, infatti, è sillaba o parola di un discorso intimo, e allo stesso tempo universale, capace di completarsi nelle pagine di un diario o nelle righe di una narrazione. Il racconto sotteso di una vita diviene, pertanto, eloquio di libertà e di liberazione, tempo scritto nello spazio del “fare”, azione dichiarata all’erma del ricordo e della susseguente riflessione. Il substrato materico è la pagina scura e intonsa di un canovaccio di idee e di idealità che trovano ragione e coscienza nei lacerti lapidei, vitrei, aurei delle tessiture musive. Si diffonde, così, la musica cromatica di una poesia dell’essere, ove il verso è palesato dai tracciati delle tessere e il suono è evidenziato dai toni e dai timbri del colore.
Su ogni opera è siglata una spiritualità sacrale o laica che scaturisce dalla fonte sorgiva e originaria della creazione e approda alla meta eterna dell’anamnesi introspettiva. Tale dichiarazione di sviluppo ermeneutico si evince, in particolare, dalla partizione progettuale che si unifica nel mirabile ciclo denominato “Interno bizantino”. Qui, Patrizia Dalla Valle risolve, con l’encomiabile tecnica della tradizione più alta, la vivifica rimembranza della magnificenza dell’apogeo imperiale ravennate e del successivo, triste epilogo. La creazione riservata alle “Acque” è esplicita memoria dell’antico fonte battesimale, in cui la suggerita liquidità delle tessere argentee si coniuga con un flusso cromatico di assoluta sobrietà e raffinatezza, concorde col processo di purificazione e redenzione avvinto alla figura di Cristo. La bellezza armonica e monumentale dell’opera si piega, poi, all’inesorabile “mano” del tempo e della storia, ove l’ineluttabile declino dell’impero è suggellato dalla rovinosa lacerazione perimetrale.
Le “Acque”, preludio espositivo alla mostra álpha … Omèga, rappresentano il principio vitale dell’esistenza umana, la sorgente ineludibile del lavacro spirituale, l’inizio dell’elevazione al palcoscenico veritiero del divenire. Elemento primario e archetipico del nascere e del vivere, l’acqua accompagna l’essere nell’intera sua parabola esistenziale, dall’origine biologica alla dissoluzione corporea. Sostanza principe di natura e uomo, essa schiude le vie della memoria e dell’ascesa, sollecitando riti e istanze che veleggiano sull’aere della rinascenza. Ed ecco che Patrizia Dalla Valle, con evidente modernità esecutiva, prosegue il cammino artistico proprio nella reminiscenza della nascita, plasmando “Ovuli” resinosi che enunciano la gioia e il dolore dell’alba della vita.
La forma, qui, diviene contenuto del concetto, “utero” scultoreo chiuso nel rispetto della sacralità prenatale o aperto in fenditure che tradiscono la realtà dolorosa del parto. Il connubio fra resina di superficie e struttura a rete metallica genera un umico e umorale effetto visivo, che assorbe le valenze di un’epidermide essudata, protettrice di inviolata esistenza. La molteplicità delle forme rammenta la complessità anatomica di ogni organo fisico e la consapevolezza del limite umano al cospetto della natura. Le aperture che fendono gli ovuli suggeriscono l’evento fausto della nascita o l’accadimento infausto di un doloroso travaglio, così come le forme chiuse possono sottendere estremo riserbo o sofferto sviluppo implosivo. Anche le tessere musive, addensate o rarefatte, sparse all’esterno e, talora, all’interno dell’ovulo, indicano l’infinito poliedro dell’originario avvenimento esistenziale, ma suggellano, soprattutto nelle “nuances” auree, l’atto sacrale dell’esordio alla vita. Le opere, che emanano la liquidità sensuale dell’eros, si dichiarano, dunque, come realistiche metafore del mistero del parto, con diffuse o essenziali luminescenze cromatiche che rivelano un positivo anelito alla luce.
Dagli albori della nascita alla meta dell’epilogo si snoda un percorso di vita complesso e coinvolgente, che Patrizia Dalla Valle elabora, sul filo della memoria, come “Tagli dal tempo”, ove le cadute e le rinascite di ogni esistenza si confermano nei passaggi del ricordo. I “Tagli”, enucleati dal divenire della vita, possono manifestare un’immanente articolazione di memoranti rimandi, che si curvano in “Fenditure”, si rapprendono in “Sedimenti”, si acquietano in “Tracce”. Queste tre sequenze puntualizzano ogni esistenza, ove cocenti lacerazioni e fertili rigenerazioni si addensano in “strati” di vissuto e si effondono in orme consecutive, che sigillano l’intera parabola di vita. Con equilibrate superfici musive, mosse dalla vertigine esistenziale in angolazioni aggettanti, in fulcri nodali, in elementi eterocliti, l’artista svolge un dialogo di forma e contenuto che, su una materia viva, evolve in mirabili rilievi scultorei e si afferma in sollecitate espansioni di solchi, rivoli e progressive circolarità. Da precisi punti di forza, l’idea progettuale e operativa si distende, quindi, in amplitudini consequenziali o si sofferma sul turbamento della riflessione.
Ma la vita, con le sue altezze e i suoi abissi, tende ad una fine ineluttabile, ove si coagulano speranze e disillusioni, rimozioni e memorie. Di fronte sta la soglia verso il sommo mistero esistenziale, che Patrizia Dalla Valle suggella in un monumentale “Portale”, concepito con eccelso pathos progettuale e realizzato con straordinaria maestria esecutiva. L’opera è fondamentalmente un inno al vissuto, una porta d’attesa sul “limen” dell’ignoto. La mirabile “texture” è ritmata dalle cromie della vita, con oscurità e luminosità che annunciano il divenire di ogni umana esistenza. Toni e timbri evolvono in modulati e morbidi passaggi, che manifestano il susseguirsi delle stagioni dello spirito, in parallelo con quelle della natura. Si tratta di un connubio olistico che l’artista esprime con estrema sintesi e con eccelsa sensibilità pittorica traslata nei lucori e nelle iridescenze delle tessere musive.
Se “álpha” e “omèga” sono metafore letterali di principio e fine, Patrizia Dalla Valle conchiude il percorso di mostra con un’opera di interiore, vibrante effetto emotivo, quelle “Luci” che appartengono alla “silloge” dedicata a “Interno bizantino”. Si completa, così, un iter operativo ed espositivo a suggerimento circolare, ove l’opera finale è chiara testimonianza di positiva speranza oltre l’epilogo terreno. Le “Luci” rapprendono, infatti, le varie tonalità luminose, dalle oscurità più profonde ai chiarori più intensi, attraverso una gamma di nobili iridescenze che rammentano, in metafora, gli eventi della vita. La creazione è soprattutto un sigillo di elevazione spirituale nelle asperità dell’esistenza umana e uno specchio riflettente il possibile, luminoso approdo negli orizzonti dell’“oltre”. Se la luce è “tumulto”, secondo Goethe, per vibrazioni, ritmo, toni e dinamismo, essa è anche estrema implorazione pronunciata dal sommo scrittore tedesco nel momento del suo trapasso. La luce è, invero, il riflesso divino del pensiero asceso all’infinito della conoscenza.
scrive Isotta Roncuzzi Fiorentini:
Ho conosciuto Patrizia, sensibile artista, che fa pittura e scultura da sempre.
Per la prima volta si dedica al mosaico. Perché il mosaico?
Non certo per applicare esperienze scolastiche, non per abbandonare le altre arti, ma perché liberamente e spontaneamente si esprime con questa arte tanto nobile. I suoi mosaici parlano.
In tanti anni ho visto sempre iniziare a fare mosaico guardando le opere antiche, cercando di imitarne le tecniche, facendo copie insomma.
Non è il caso di Patrizia Dalla Valle.
Lei nel mosaico svela il suo pensiero. Le sue tessere sono parole, sono la grafia delle parole più giuste dettate dai suoi sentimenti, possibilità assoluta di manifestare incognite, esitazioni, sicurezze.
Rende totalmente suo il materiale che adopera. Linee di tessere che scorrono o si scontrano, subiscono la lucentezza dell’oro o al contrario abilmente la rafforzano, percorsi astratti che originano scritture con immagini concrete.
Il mosaico di Patrizia regala simboli rari, convincenti, preziosi.

Connotati bizantini

di Daniele Astrologo Abadal
La grande tradizione bizantina assume il valore di basso continuo per ogni composizione musiva. La sua tecnica ed applicazione in ambito architettonico è tutt’oggi un punto di riferimento per orientare la ricerca estetica contemporanea. Un alfabeto essenziale che attende solo di essere riletto a distanza di secoli. È questo l’impegno creativo che si assume Patrizia Dalla Valle in occasione della mostra realizzata nella Chiesa rupestre di Madonna delle Virtù di Matera. Una volta acquisiti i rudimenti estetici tramandati vengono metabolizzati e riproposti senza occultarne l’origine. Il richiamo esplicito alla cultura estetica bizantina, con particolare attenzione a quella presente nella basilica di San Vitale di Ravenna, conferma la possibilità di ispirarsi all’antico animandolo di vita nuova. La stessa attenzione rivolta all’allestimento, alla collocazione delle opere in dialogo con l’architettura interna, alla loro illuminazione elettrica senza tralasciare i percorsi di quella solare, testimonia la visione globale di questo indirizzo musivo.

L’opera dedicata al motivo dei Ricami, ad esempio, si presenta come il brandello di stoffa quasi che l’ispirazione sia giunta a strappare quella soluzione geometrica. Il riferimento è il drappeggio di Antonina, dama che si trova a sinistra di Teodora. Se la geometria del manto rappresenta la sicurezza, la precisione e la metodicità, il frammento del tessuto di Antonina è il simbolo della scaltrezza e della determinazione della sua lealtà a Teodora. Ricami impreziositi dalla tessitura delle tessere il cui andamento mostra tutta la loro capacità di sapersi adattare ai moti ondulati della veste.
Anche l’opera dedicata ai Gioielli si presenta come una scultura arricchita da ori e dal mistero di una forma ispirata alla geometria solida del rombo in procinto di liquefarsi. Dalla Valle sceglie questa figura geometrica perché è frequente nei decori bizantini dall'epoca giustinianea. L’oro simboleggia la ricchezza e il potere, mentre ad una passo dall’alchimia è il liquefarsi del gioiello, la perdita del suo sontuoso rigore che rappresenta il declino dell’impero.
Il tema dei Decori si rifà alle decorazioni parietali bizantine e nello specifico ai cieli saturi di valori simbolici e teologici. La ricchezza dei colori va letta in questo senso mentre la curvatura del pannello riprende la dimensione siderale della sfera oppure può essere letto come un portale spalancato sul cielo. Anche in questo caso si allude ad un prossimo declino ravvisabile nella progressiva rarefazione delle tessere fino alla loro scomparsa.
L’opera intitolata Luci affronta un argomento fondamentale per l'estetica neoplatonica e per la vita delle superfici musive poiché col dialogo tra luce ed ombra s’informa lo spazio. Un fenomeno sensibile all'ora del giorno e alle condizioni climatiche e per questo in continuo divenire.
Infine le Sete qui avvolte come tessuto dall’elaborato drappeggio a forma conica, quasi fosse un tappeto arrotolato in verticale. Dalla Valle vuole evidenziare la trama di base e il suo decoro che resiste al corso dei secoli.
Mosaico antico declinato in tutte le sue soluzioni plastiche per incarnare il costrutto estetico dell’architettura bizantina. Patrizia Dalla Valle si è così saputa muovere tra i sentieri colti della tradizione con rispetto e in libertà, rinnovando i canoni musivi all’insegna di una ricerca e della sperimentazione creativa.